L'abbandono del centro storico dimostra la miopia della politica di quegli anni. Oggi l'emergenza è qui

A 35 anni dalla disastrosa frana della collina Timponi a Senise si è ripetuto il doveroso rito delle celebrazioni, civili, militari e religiose, ma nessun bilancio è possibile fare delle conseguenze di quella tragedia nella quale persero la vita 8 persone, tra cui 4 bambini.
Non è possibile fare un bilancio perché in verità non c’è bilancio da fare dal momento che da allora nulla è stato messo in cantiere per riscrivere il volto di un paese che era stato tradito da una politica urbanistica a dir poco scellerata e scriteriata. Chiariamo subito che Senise ha oggi gli strumenti urbanistici e di programmazione del territorio che servono a edificare in maniera più sicura, ma dopo un terzo di secolo dall’evento franoso possiamo dire che i treni persi sono troppi e che il bilancio ha più ombre che luci.


Ripercorrendo ciò che accadde nei primi giorni, e poi nei primi anni del dopo-frana ci accorgiamo che il prezzo pagato da quelle vittime non è servito a riscattare anni di errori, di urbanizzazione selvaggia del territorio comunale e di approssimazione amministrativa. All’indomani dell’evento tragico si puntò su tre vie di rinascita: ricostruzione, consolidamento e monitoraggio.
Delle tre solo il consolidamento può dirsi concluso, e solo attraverso un percorso lento e tortuoso che ancora oggi lascia aperti molti problemi. All’indomani di quel tragico evento furono stanziati dall’allora ministro della protezione civile Giuseppe Zamberletti ben 10 miliardi di lire per il comune di Senise, che dovevano servire alla gestione della prima emergenza, sistemazione dei nuclei famigliari sgomberati dall’area a rischio e primi consolidamenti. Solo 2 ne furono effettivamente gestite dal comune perché presto intervennero contrasti con il Provveditore alle Opere Pubbliche che portarono alla revoca della gestione comunale dei fondi che passò alla Regione Basilicata. Con i restanti 8 miliardi fu consolidata la sola collina Timpone. Ciò che accadde con la Legge 120/87, denominata appunto “Legge Senise”, è ormai storia nota. 200 miliardi stanziati a favore della Regione Basilicata per il consolidamento dei territori più dissestati che finirono per finanziare interventi su 26 comuni, tra cui alcuni in altre regioni, dei quali Senise vide solo una parte tanto da dover attendere il sisma del 1998 e la conseguente L. 226/99 per portare a termine il consolidamento del territorio.
Spinosa anche la questione della ricostruzione, mai portata a termine. Ma ancor più incredibile è quella del monitoraggio che ancora oggi vede scoperto il territorio comunale. Un costoso sistema di monitoraggio, fatto di colonnine sparse sul territorio e un sofisticato sistema centralizzato di controllo capace di restituire in tempo reale gli spostamenti del terreno. A 35 anni di stanza dalla frana quel sistema è ormai corrotto e obsoleto, mai utilizzato e oggi inutilizzabile.
L’amministrazione comunale attuale sta riprendendo il filo interrotto con progetti ex novo che riguardano tanto il monitoraggio quanto il consolidamento e il centro storico. Il monitoraggio, dopo lo spreco della non utilizzazione di quello esistente, dovrà essere realizzato a valere sui fondi nazionali sul dissesto idrogeologico, mentre le speranze per il recupero del centro storico sono riposte nel Pnrr. Il sindaco Giuseppe Castronuovo ha comunicato infatti che sono già pronte delle schede per il recupero delle cavità ipogee, le cantine, del nostro centro storico. Ma nel complesso proprio il centro storico da 30 anni sta diventando la vera emergenza del territorio, sottoposto com’è a un lento ed inesorabile processo di desertificazione e degrado strutturale.

largo chiesa
In realtà il centro storico è la paradossale contraddizione della Senise della collina Timponi. Quando cominciò il dopo-frana cominciò anche lo spopolamento del centro storico, ma nessuno pensò che la fragilità del terreno del territorio di Senise suggeriva una rivalutazione in termini urbanistici e di abitabilità dell’unica collina stabile su cui i senisesi, quelli antichi, hanno edificato. Si sono spesi milioni di euro per consolidare porzioni di territorio comunale giudicati degni di espansione urbanistica senza pensare che sarebbe bastato riqualificare la parte antica del paese per dare uno sbocco abitativo alle esigenze dei cittadini. Sarebbe stato anche più edificante da un punto di vista emotivo e sociale tornare nei luoghi aviti dopo il fallimento dell’urbanizzazione selvaggia che ha provocato il dolore e la distruzione di quella collina che si è sgretolata e ha trascinato giù, con le otto vite umane, tutta la negligenza di anni passati a spremere il presente senza programmare il futuro.
Facciamo ancora in tempo, dopo 35 anni da quel drammatico epilogo di intere stagioni sbagliate, a ricominciare a programmare il nostro futuro ripartendo dal luogo più solido che abbiamo, il nostro centro storico.

 

Francesco Addolorato