L’elezione del capo dello Stato ha fatto esplodere il sistema delle alleanze e dei partiti. E adesso?

L’elezione del presidente della Repubblica è il momento più alto della vita del parlamento italiano, e la prerogativa di ogni singolo parlamentare viene tutelata con il voto segreto. È il momento di massima espressione del parlamentarismo del nostro paese, in cui si sceglie la massima figura della nostra Repubblica che ha il compito di essere garante della costituzione e per questo estraneo persino alla tripartizione classica dei poteri in legislativo, esecutivo e giudiziario.


È per questo che nei giorni della sua elezione il parlamento dovrebbe mettere in atto una pratica istituzionale che ne esalti il ruolo di massima rappresentanza democratica dei cittadini, con piena coscienza di ciò che si sceglie. E invece? Invece anche in questi giorni il parlamento diventa un ring sul quale si giocano altre partite, una palestra per allenare i muscoli e farne sfoggio per intimorire gli avversari e attirare consensi a buon mercato. Uno spettacolo indecoroso, un match di forza giocato sulla pelle della democrazia. Ma le radici della nostra democrazia sono fortunatamente profonde e i suoi meccanismi, pensati dai padri costituenti, hanno funzionato come antidoto alla pochezza dei nostri rappresentanti parlamentari e dei nostri leader portando a un risultato che era il migliore che si potesse sperare.
Possiamo dire che Sergio Mattarella è presidente grazie allo spirito fondativo della nostra Repubblica che ha reagito come un forte anticorpo al virus della pochezza e dell’inadeguatezza politica della classe dirigente che occupa il parlamento.
E così mentre le istituzioni rimangono in piedi, a crollare è il sistema dei partiti, ancora una volta rivelatosi inadeguato a rappresentare i cittadini. Le due coalizioni si sono praticamente liquefatte, con il centrodestra diventato un campo di guerra in cui va in scena la resa dei conti di quattro anni di fughe e tradimenti, e il centrosinistra nel quale vengono a galla gli effetti di quell’innaturale connubio fra il partito di governo a tutti i costi, il PD, e il movimento del vaffa che subisce tutti gli effetti ipnotici del potere. In quest’ultimo campo la crisi è dovuta al processo di maturazione dei cinquestelle, abortito appena gli spifferi delle urne delle politiche dell’anno prossimo hanno cominciato a farsi sentire. Nel centrodestra, invece, a fare da detonatore è stata la crisi del salvinismo e il travaso di consensi dalla Lega a FdI che ha causato una spericolata corsa sul modello Fast & Furious tra Salvini e Meloni a solleticare la pancia dell’elettorato più irrequieto, fino a lisciare il pelo a no-vax e a cavalcare il movimento no-green pass. I due leader hanno sentito l’odore del sangue e hanno preso a duellare, senza che un Berlusconi stanco e in continuo transito fra casa e letto d’ospedale potesse riuscire a frenare il tintinnio delle spade. Così il centrodestra è ora il vero campo di Agramante della politica italiana e questo non giova alla sua corsa verso il governo del paese che i sondaggi gli attribuiscono per le elezioni del 2023.
La politica italiana ha perso praticamente tutti i punti di riferimento e questo non è un bene in vista della gestione del Pnrr di cui sono pronti già i primi 25 miliardi per l’Italia, che aspetta di risollevarsi dopo due anni di tremenda pandemia. L’Europa, si sa, guarda con diffidenza alle instabilità nazionali. Per questo gran parte del paese, e del mondo, ha tirato un sospiro di sollievo nel vedere Mattarella e Draghi sulla Lancia Flaminia salire al Quirinale.

 

Francesco Addolorato