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Le Regioni interessate, a partire dalla Basilicata, convochino la task force per le crisi aziendali

Non sono solo le mancate retribuzioni mensili di dicembre e gennaio dovute al personale dell’EIPLI che ci hanno condotto a fare l’ennesima richiesta di convocazione al Prefetto di Bari: la disperazione di questi lavoratori, spesso monoreddito, si associa all’esasperazione dovuta alla mancata prospettiva del futuro dell’Ente, commissariato dal 1979, soppresso e posto in liquidazione dal 2011, che ancora oggi ancora svolge le funzioni a cui è preposto, soprattutto per il grande stakanovismo dei lavoratori, malgrado tutto. La costituzione della nuova società, prevista dall'articolo 21, comma 11, del decreto legge 201 del 2011, di cui sembrava qualche tempo fa fosse pronto Dpcm e statuto, è ferma al palo. Con grave danno dei lavoratori, circa 130 dipendenti tra lavoratori a tempo indeterminato e determinato, l’EIPLI continua a gestire un immenso patrimonio infrastrutturale e ad erogare il servizio di fornitura idrica, in gran parte della Puglia, Basilicata, Irpinia e in via residuale della Calabria. L’ente attualmente si regge anche sulla precarietà di parte dei lavoratori, il cui posto di lavoro è stato assicurato per il momento da un emendamento della finanziaria che li trattiene in servizio fino a dicembre 2023, che l’ente non può stabilizzare malgrado ne esistano i presupposti.

All’Ente per lo Sviluppo dell’Irrigazione e la Trasformazione Fondiaria Puglia, Lucania ed Irpinia è affidata la gestione, l’esercizio e la manutenzione di grandi opere idriche quali dighe, acquedotti interregionali, impianti di sollevamento e traverse per la raccolta e la distribuzione all’ingrosso di acqua grezza non trattata, per uso potabile, agli acquedotti pugliese, lucano ed al consorzio Jonio-Cosentino in Calabria nonché per uso irriguo a nove consorzi di bonifica nelle regioni Basilicata, Campania e Puglia, e per usi industriali (ILVA di Taranto e ad altri utenti minori). Un ente che gestisce otto dighe, quattro traverse, le sorgenti del Tara e centinaia di chilometri di grandi reti di adduzione, con una capacità potenziale di accumulo, regolazione e di vettoriamento di circa un miliardo di metri cubi all'anno di acqua. Un ente che offre servizi fondamentali per i territori ma i cui organici sono assolutamente insufficienti per i servizi prestati e per le attività esercitate sul territorio, in assenza anche di turnover, a danno della progettualità e della programmazione delle attività fondamentali per la gestione della risorsa idrica
Un ente governato da un ennesimo commissario, ma privo di direttore generale, e che vive attualmente un immobilismo inedito. Due i tavoli nazionali convocati presso il ministero vigilante all’Agricoltura, con Bellanova ad inizio pandemia e Patuanelli sei mesi fa, con cui le scriventi parti sociali hanno cercato di riportare l’attenzione sulla drammaticità della situazione. Tavoli che hanno prodotto impegni non ancora concretizzati. Si continua in un limbo, dove la prospettata società prevista non vede ancora la luce, le risorse dell’ente si rimpiccioliscono sempre di più, stante una situazione debitoria inenarrabile, e i cui lavoratori in pensione non sono sostituiti con la conseguenza di organici pericolosamente a rischio anche per il mantenimento dei servizi. Lavoratori che, oltre che vedersi pericolosamente e sistematicamente senza il salario più volte l’anno, non godono degli istituti contrattuali previsti dal CCNL, dalla valorizzazione professionale, alla produttività, eppure assolvono instancabilmente al loro dovere. Per non parlare della sicurezza pericolosamente traballante sugli impianti, che versano in condizioni critiche e necessitano di importanti interventi di manutenzione. Alla gravissima condizione dei lavoratori, si aggiungono i rischi per la pubblica incolumità che, a lungo andare, se permane tale situazione, vista la vetustà degli impianti, potrebbe condurre ad un’interruzione del servizio pubblico con danni ingenti all’agricoltura e alle aziende.

 

Oggi noi siamo costretti, al di là dello stato di agitazione permanente, ad adottare azioni che la drammaticità della situazione richiede, dopo un incontro in Prefettura del 7 febbraio che non dà speranze nemmeno nell’immediato se non di effettuare una segnalazione ai Ministeri competenti e dopo un’assemblea convocata nella stessa giornata, in cui i lavoratori hanno rappresentato tutte le loro doglianze. L’assemblea dei lavoratori, tenutasi il 7 febbraio, partecipatissima, ha evidenziato problematiche note e meno note, quali la mancata manutenzione degli impianti, che fa temere il precipitare di eventi con conseguenze drammatiche. Per questa e per tutte le motivazioni precedenti chiederemo con forza e con tutti gli interlocutori interessati, che si affronti una condizione che sta privando di dignità e di diritti questi lavoratori. Condizione che rappresenteremo in una conferenza stampa per rendere il più possibile pubblico e mediatico lo stato di prostrazione e difficoltà in cui versano questi lavoratori, abbandonati da Istituzioni indifferenti e complici di quella condizione. Su queste questioni gravose si sono mossi anche i sindaci dell’avellinese, inviando una segnalazione al Prefetto di Bari. La misura è colma. Chiediamo pertanto e da subito di convocare la task force per le crisi aziendali, possibilmente da parte di tutte e tre le regioni interessate. Convocazione nelle more della dichiarazione di uno sciopero da tempo invocato dai lavoratori, estrema ratio a cui mai vorremmo arrivare ma l’indifferenza delle Istituzioni ci sta conducendo.