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In terra di Basilicata in un bar: “Preparami una tazza di caffè veloce, quando vuoi”

Na tazzulella 'e cafè è un singolo del grande cantautore napoletano Pino Daniele dell’album di esordio Terra mia del 1977: “na' tazzulella e' cafè acconcia a vocca a chi nun po' Sapè”. Una tazza di caffè, due parole messe insieme dal tempo hanno fatto storia, diventando, per molti, un simbolo del passato e del presente nei rapporti fra essere umani. Tanti gli adagi che raccontano questo ormai status symbol: “la vita è un bellissimo e interminabile viaggio alla ricerca della perfetta tazza di caffè”; oppure: “i sogni migliori sono quelli che al mattino non riesci a ricordare, ma il cui sapore ti segue fino al bar, diluendosi dentro al primo caffè”. Senza dimenticare le frasi dette nel bar, in un ristorante, in un agriturismo tra il mare e la montagna, in un lido di mare: “vorrei una tazza di caffè corretto con un po' di cognac, più cognac che caffè.”. Meglio ancora simpaticamente annotata in un bar lucano di Senise, nella valle del Sinni: “preparami una tazza di caffe veloce, quando vuoi”. Insomma la tazza del caffè è la storia della nostra umanità, della nostra farsa di vita dove tutti abbiamo una parte, dove la tazza di caffe continua ad essere da sempre protagonista, personaggio principe di una risata, di gioie e dolori e anche di addì. Nel ritroso di qualche pagine di storia si può simpaticamente scoprire che la parola tazza sembra aver avuto origine dall’arabo “tassah”, un bicchiere nel quale erano servite le bevande, e la sua diffusione in Europa risale all’epoca delle Crociate.

Sfogliando ancora qualche pagina le fonti storiche dicono che già tra la fine del Quattrocento e il Cinquecento, i servizi di stoviglie in maiolica comprendevano le tazze, dei recipienti bassi, con la bocca più larga del fondo, che potevano o meno avere un coperchio. Le tazze erano spesso decorate e i motivi divennero più fini e ricercati man mano che l’arte ceramica si sviluppò. Quando il caffè arrivò in Europa, durante il XVII secolo, veniva inizialmente servito in tazze senza manico, sebbene ci fossero anche tazze dotate di un’ansa che ne facilitava la presa. Ma c’è di più il design moderno della tazzina da caffè è dovuto a un italiano, il pittore dell’Accademia di Brera Luigi Tazzini, direttore artistico dal 1896 al 1923 della Società di Ceramica toscana Richard-Ginori, a lui si deve definitiva aggiunta del manico. Sfogliando ancora qualche pagine si scopre come intorno al Settecento, si pensò di corredare queste tazze di un piattino, che non solo serviva da appoggio, ma era utilizzato anche per raffreddare il caffè prima di berlo: la bevanda veniva versata e bevuta proprio dal piattino. Un’abitudine strana? Eppure durante il Settecento era assolutamente normale. Poi intorno all’ottocento la tazzina di caffè per molti pensatori, filosofi e osservatori napoletani fu paragonata alla libertà.

 

Si disse: ”va servita e conquistata in dosi minime”. Una tazza di cafè o caffè? C’è anche questo dubbio da eliminare ma la regola prevista dalla lingua italiana sembra non ammettere eccezioni: la parola caffè ha la lettera finale accentata sempre e soltanto con accento che va dall'alto verso il basso. L’unica cosa che è rimasta di serio in Italia la lingua con la sua grammatica e la tazza di Caffè. Resta un solo appunto il caffè in tazza deve essere a una temperatura di circa 40°C: in questo modo le sue caratteristiche organolettiche rimarranno invariate più a lungo e anche la crema resterà del suo colore. Se poi volete fare un caffè di grande eccellenza, basta guardare di Eduardo De Filippo “Questi fantasmi” atto secondo “la tazzina del caffè”. Insomma di questi tempi cari italiani e lucani prendetevi una tazza di caffè perché il profumo sveglia cuore e pensieri, poi è la prima cosa che ti mette il buonumore, ti fa sorridere i nemici per un momento diventano amici e l’amore si può fare. Del resto come disse un anonimo: “tutti devono credere in qualcosa. Io credo che mi farò un altro caffè”.

 

Oreste Roberto Lanza