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Colobraro il borgo che porta “sfortuna” a causa di una leggenda metropolitana che risale agli anni quaranta

“Quel paese” si trova in provincia di Matera fa ombra al borgo di fronte, Valsinni, paese della grande poetessa Isabella Morra. Per conoscere il suo nome, basta mettere su internet le coordinate 40°11′N 16°26′E e lo si scopre. Un bellissimo borgo che nessuno vuol nominare, Colobraro si trova ad una altitudine di ben 620 metri sul livello del mare con una superficie, all’incirca di 66,61 chilometri quadrati con oltre 1216 abitanti. Per molti Colobraro è il mito del borgo che porta sfortuna a causa di leggenda metropolitana che risale agli anni quaranta prima della seconda guerra mondiale. L'allora podestà, avvocato di grande cultura e persona molto nota, alla fine di una sua affermazione avrebbe detto qualcosa del tipo: "Se non dico la verità, che possa cadere questo lampadario". A quanto si racconta il lampadario sarebbe caduto davvero, secondo alcuni facendo molte vittime, secondo altri in una stanza deserta. Ben più irridente il racconto fatto dell’ antropologo, storico delle religioni e filosofo italiano, il napoletano Ernesto De Martino, ad un congresso di parapsicologia del 1957.

 

Dopo aver elencato alcune esperienze al limite del “soprannaturale”, si dilunga sulla tappa a Colobraro che aveva visitato qualche anno prima per intervistare uno zampognaro:” Scusi, lei chi è? Domandò lo studioso. “Io sono il sindaco”. De Martino rivolgendosi al primo cittadino chiede: mi dica lo zampognaro che io desideravo? È il sindaco risponde: “Lo zampognaro è morto. È morto mentre voi salivate. Gli è successa una disgrazia. È precipitato da un camion ed è rimasto travolto”. Ma non fu solo questo: la troupe etnografica, composta da fotografi, operatori della Rai e i suoi registratori antidiluviani, resta in paese per assistere ai riti funebri. Ma nell’attesa un ricercatore cade dalle scale e si frattura una gamba, a un altro viene un febbrone apparentemente inspiegabile, a un terzo prendono fuoco i fiammiferi tenuti in tasca mentre è alla guida dell’auto, che per giunta poi subisce un grave incidente. Alla fine della sua esperienza l’antropologo napoletano conio una frase di circostanza: “non è vero ma ci credo”. Nel tempo si susseguirono tanti altri racconti che finirono addirittura sulle colonne di qualche giornale nazionale. Oggi tutto questo è stato trasformato in una grande opportunità turistica in una manifestazione estiva nata nell’agosto 2014 (due volte a settimana nel periodo di agosto), dal titolo “sogno di una notte … a quel paese” con l’omaggio di un amuleto scaccia malocchio con chicchi di riso (l’abbondanza) e grani di sale (l’anti jella). Qualcuno ha detto: la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo”.

 

Ma il paese magico, come è chiamato da alcuni, non è solo questo. Nei stretti vicoli e gradinate di questo silenzioso borgo si arriva al secolare castello in cui hanno dimorato le solite famiglie feudatarie: i Sanseverino, Poderico, Pignatelli, Carafa e i Donnaperna. Antico centro basiliano, Colobraro, appartenne alla Badia di Santa Maria di Cersosimo di cui seguì le sorti fino al XII secolo. Fu posseduto per breve tempo dal conte Bertaimo d'Andria, poi passò ai Conti di Chiaromonte e da questi, nel 1319, ai Sanseverino di Tricarico. Assegnato a metà del XIV secolo ai Poderico, fu successivamente dei Pignatelli, dei Carafa (principi dal 1617) ed infine dei Donnaperna. Due le chiese di grande attenzione: quella di San Nicola del XII secolo con ampie archiacute di epoca aragonese e altari, misto tra marmoreo e ligneo del XIV secolo. La chiesa di Sant’Antonio è arricchita da altari minori con marmi policromi. Un luogo da visitare ma prima di far ritorno c’è da salvare il palato. Gastronomia locale di eccellenza, da assaggiare i Frizzuli al pomodoro con mollica al peperoncino, Raschiatell pupacc e pummdor (cavatelli peperoni e pomodoro) oppure Raschiatell con fagioli e zift(cavatelli con fagioli conditi con peperoncino macinato soffritto). Secondi ancora meglio, in particolare,“Stigliola e cipolline campestri” (frattaglie di caprettone o di pollo). Non parliamo dei dolci: una raffinatezza. Diceva Sant’Agostino: “il mondo è un libro e chi non viaggia ne conosce solo una pagina”. Quando arrivi in questo luogo magico, il tuo libro si riempirà di pagine, verrai assalito dall’emozione e dalla curiosità per come viene custodita la storia e come si riesce a rileggerla ogni volta che si ritorna.

 

Oreste Roberto Lanza