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Il nuovo libro di don Enzo nasce sulla scia della “Fratelli tutti” di Papa Francesco

Riscoprire il valore della fraternità nell’edificazione di una società che rispecchi il volto misericordioso di Dio è la sfida che Papa Francesco ha lanciato con l’enciclica "Fratelli tutti" e che don Enzo Appella ha raccolto e fatta propria con un libro che ripropone in maniera avvincente e approfondita la storia biblica di Giuseppe, il figlio di Giacobbe.
Nel lavoro che don Enzo ha dato alle stampe, per i tipi delle Edizioni Paoline, risalta la cura del testo propria del biblista e la visione universale del teologo, ma anche la dedizione del pastore che prende per mano il lettore e, quasi come un Virgilio dantesco, lo accompagna nelle pieghe del racconto biblico per farne scoprire i segni nascosti, indicarne i messaggi e i significati più profondi, con la preoccupazione che chi ha scelto di seguirlo non si perda nella narrazione oleografica e manieristica che spesso si offre della storia di Giuseppe, tra le più antiche e rappresentate nell’immaginario collettivo. Proprio per questo, accostandosi al racconto del fratello abbandonato e poi venduto dai fratelli, si può correre il rischio di fermarsi a un approccio moralistico, sullo sfondo manicheo che ha come approdo finale lo schema del tutto umano della divisione fra buoni e cattivi.


Don Enzo avverte fin dal titolo che non sarà così. Non è Giuseppe e i suoi fratelli il filo del racconto ma “Giuseppe di Giacobbe”, perché all’origine di ogni fraternità c’è sempre una paternità. E qui si comprende anche la seconda parte del titolo del libro: “Racconto della fraternità compiuta”. La fraternità è un cammino, un percorso da compiere nel quale ciascuno deve trovare la propria strada e il proprio posto, ognuno deve compiere la missione affidatagli da Dio scoprendola negli eventi, attraverso una lettura profetica degli stessi, quella lettura che nel racconto biblico Giuseppe sa riconoscere nei fatti e sa disvelare ai fratelli solo al termine di un percorso introspettivo che egli impone loro.
Nella scoperta di questo cammino l’autore guida il lettore passo dopo passo, grazie a una analisi del testo che unisce l’esegesi biblica, l’analisi letteraria della struttura narrativa e spunti di indagine psicologica dei personaggi che ne rileva il percorso umano ed esistenziale utile a comprendere l’esito del racconto e a salvarlo da una lettura semplicistica e superficiale.
Giacobbe potrà chiudere gli occhi ed essere “riunito agli antenati” solo dopo che l’atto della benedizione di Giuseppe sarà chiara anche ai fratelli, cioè solo quando dai loro occhi saranno cadute le scaglie dell’orgoglio e della gelosia e avranno compreso che “In quanto benedetto, Giuseppe è fonte di benedizione per altri, per tutti”. (cit. pag 180). È il momento in cui la narrazione guidata di don Enzo tocca il punto più alto perché in quella predilezione adombra la figura del “figlio diletto”, Gesù, la cui elezione è votata al sacrificio che salva tutti.
È questa, la fraternità cristiana che si raggiunge solo intorno al padre e che rivela la verità del cuore di ciascuno. Il ri-conoscimento di Giuseppe, che rivela la sua identità ai fratelli, non è l’agnizione finale delle commedie plautine, ma è la ri-velazione della fraternità compiuta che arriva quando deve arrivare, il segno che è maturo il momento della verità. Ognuno si mostra per quel che è, ognuno mostra il proprio volto: “viso e cuore, faccia e anima insieme fanno il volto…. un cuore che germoglia fino al volto”.
Quando torna la fiducia di Giacobbe nei figli, ai quali affida il prediletto Beniamino, comincia l’ultimo travaglio del padre che si avvia a compiere l’ultimo miglio per ri-generare la fraternità perduta. “Il seno paterno, che emula quello materno, per partorire la fiducia” nei figli genera la fraternità, e Giuseppe è la levatrice, colui che aiuta il parto e restituisce il padre ai figli, i figli al padre e i fratelli ai fratelli.
Nella circolarità del racconto che l’autore ha costruito, tutto torna all’inizio, a quella sorta di antefatto del racconto, alla bellezza dello stare insieme, all’olio che scorre sulla barba di Aronne fino ai lembi del mantello, insomma ai versi meravigliosi del salmo 133, dove la benedizione di Giacobbe ai figli trova plastica raffigurazione nei versi finali: “Perché là il Signore manda la benedizione, la vita per sempre”.
“Giuseppe di Giacobbe” è un testo che invita a un cammino interiore lungo la via che dalle terre di Canaan porta in Egitto, spogliandosi dell’orgoglio e della gelosia, ma soprattutto liberandosi dell’ambizione di essere ciò che non si è, accettandosi per ciò che si è realmente, lasciando che dal viso traspaia cuore, perché è là, nel cuore di ognuno, che Dio ha scritto la strada per l’incontro con Lui che è felicità eterna. Così il volto è più bello e più raggiante, e la gioia dello stare insieme ha il profumo dell’olio che scorre sulle vesti di Aronne.

 

Francesco Addolorato