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Un prigioniero libero che ha sempre corso controvento durante la sua vita

Definito da alcuni come umanista malinconico, per molti un critico radicale di ogni forma di negazione delle libertà individuali, per altri un pensatore che non amava le passerelle, refrattario alle ideologie di qualsiasi colore. Dopo cinquant’anni dalla sua scomparsa, gennaio 1972, se pur dimenticato negli anni, il lucano Nicola Chiaromonte, in tempo di pandemia, acquista una sua giusta posizione non solo all’attenzione del semplice lettore. Nato a Rapolla, comune in provincia di Potenza, Nicola Chiaromonte si trasferì a Roma che aveva appena tre anni: suo padre, medico, scelse la capitale per esercitare la sua professione. Pensatore, filosofo e saggista, Nicola Chiaromonte è stato probabilmente, uno dei maggiori intellettuali del novecento: fondatore insieme a Ignazio Silone della rivista culturale “Tempo presente” e critico teatrale del “Mondo” di Mario Pannunzio.

Tanti, nell’ultimo periodo, gli scritti che hanno rimesso in circolazione il suo pensiero dopo decenni di oblio, tra questi anche il libro dello scrittore Senisese Pino Rovitto - “E Qualcosa rimane – Nicola Chiaromonte intellettuale al mondo antico” – Capire edizioni, dove con fare umile e con una scrittura semplice, raccoglie gli scritti custoditi nei suoi taccuini e pubblicati grazie alla seconda moglie dell’intellettuale lucano, Miriam Rosenthal, ed oggi custoditi all’interno della Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale negli Stati Uniti, che li ha acquistati nel 1992. “Ho cercato di parlare di Nicola Chiaromonte senza l’obbligo nei suoi confronti, senza rincorrere manifestazioni di un carattere, in maniera discreta, senza entrare nei meandri dei giochi di proiezione o introiezioni che ci legano agli altri, senza pretendere di essere come lui o, peggio ancora, che lui sia come noi”. Si esprime così Pino Rovitto nella sua introduzione con l’intento preciso di indicare un percorso chiaro al lettore che si vuole addentrare con attenzione nella conoscenza di un uomo del novecento che ha molto da dire.

Un intellettuale lontano dai pregiudizi, vicino alla sostanza delle cose: non quello che si dice, non soltanto quello che appare. Si potrebbe azzardare nel dire un lucano verace, come sottolinea lo stesso Rovitto: “Un uomo di azione, non preoccupato di scrivere ma interessato a dire, dialogare. A farsi comprendere”. Un pamphlet come invito alla lettura per conoscere, prima, per comprendere dopo, il pensiero di un pensatore che non fu mai di salotto. Tra tutti il carteggio con Andrea Caffi, filosofo e giornalista conosciuto nel 1932 grazie ad Alberto Moravia e il filosofo francese Albert Camus, conosciuto ad Algeri nel 1941. Da leggere anche la corrispondenza tra le sue amiche Hannah Arendt e Mary MicCarthy. Interessante i brani tratti da due pubblicazioni di Nicola Chiaromonte “Credere e non credere” del 1971. Sono pagine di un interesse culturale elevato dove alla fine della lettura qualcosa rimane di un intellettuale definito, nelle conclusioni, da Rovitto: un prigioniero libero che ha sempre corso controvento. Di un intellettuale in cerca di Dio non in qualità di credente. Un Dio, un divino, sia pure provvisorio ma necessario”.

 

Oreste Roberto Lanza