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“Se io (Federico) sono sopravvissuto finora è dipeso tutto da lui che sceglie ciò che devo mangiare”

Gli scritti e i pensieri del melfitano Raffaele Nigro scrittore e giornalista italiano, sono tutte vere opere d’arte. Un vero ambasciatore della cultura che attraverso i tanti racconti sulla terra di Lucania, del Sud in generale, permette al lettore, come diceva uno dei maggiori scrittori del novecento, Marcel Proust: “di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso”. L’ultimo impegno letterario di Raffaele Nigro, “Il cuoco dell'imperatore” edito daLa Nave Di Teseo, di ben 797 pagine, un vero romanzo storico, epico, avventuroso e lirico, offre al lettore un ritratto diverso e inedito di un grande imperatore, quale è stato Federico II Hohenstaufen.

 

Più che nella veste, per così dire istituzionale, l’autore descrive questo storico personaggio come semplice entità umana composta di tanta curiosità intellettuale, superstizioni, amori folli e matrimoni di convenienza, ma soprattutto il volto di un imperatore radicalmente diverso da tanti monarchi del suo tempo. A pennellare questo importante personaggio, l’autore usa la figura di Guaimaro delle Campane, originario di una famiglia di fonditori di Melfi, che assiste all’uccisione di due carbonai ebrei. Preso dal panico, anziché aiutare i due feriti si dà alla fuga, arruolandosi al seguito della corte di Federico II di Svevia. Grazie alle sue conoscenze mediche e alle doti nell’arte culinaria, viene scelto come cuoco ufficiale del giovane re di Sicilia e di Germania e come figura addetta alla salvaguardia della sua salute, entrando così a far parte di una corte animata da letterati, cantori, giuristi, scienziati e filosofi di cui Federico ama circondarsi. Un Federico che con il tempo entra in una perfetta simbiosi con il cuoco melfitano tanto da assuefarsi al suo modo di agire e di essere, dove l’amicizia diventa aspetto predominate per entrambi: “dovete sapere che se io sono sopravvissuto finora è dipeso tutto da lui.

 

Perché è lui che sceglie ciò che devo mangiare, lui che mi dà sicurezza quando porto qualcosa alla bocca. Con tanti nemici che abbiamo attorno, almeno la certezza che non mi stanno avvelenando a tavola”. Una riconoscenza profonda, quella di Federico che arriva a lambire le parti importanti della vita del proprio cuoco, come la propria famiglia: "donna Finaide, mi complimento con voi per questo vostro figliuolo nelle cui mani ho messo la mia persona”. Guaimaro affronterà con Federico vittorie e sconfitte, vivendo e trascrivendo i grandi avvenimenti storici, come le lotte con il Papa e i Comuni, e i semplici momenti di vita quotidiana, la frenesia per i preparativi di sontuosi ricevimenti e la fatica per i lunghi spostamenti della corte viaggiante. La storia d’amore della moglie, Mariaspina, quello a prima vista con Gudrun, che sposo successivamente alla morte della prima moglie. La vita Guaimano, ricca di passioni, accanto a Federico e al suo progetto politico vera visione storica di quel tempo. Un libro scritto bene, con il giusto ritmo dato al racconto, dove la curiosità della pagina successiva si fa sempre più intensa pur di arrivare a comprendere e capire. Pagine vivide con un linguaggio semplice come è nelle modalità di sempre dell’autore che ha la capacità solo di incuriosire il lettore. Insomma come diceva Gianni Rodari, scrittore, pedagogista, giornalista, specializzato in letteratura per l’infanzia: “Vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia più schiavo”. Per questo il libro è da comprare e leggerlo anche se per qualcuno le pagine sono tante, ma alla fine non troppe.

 

Oreste Roberto Lanza